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Mentre i memi meccanici del XIX secolo si imponevano come nuovo modello concettuale di rappresentazione ed interpretazione della realtà fenomenica, l’arte e gli artisti scoprivano nuove forme di visualizzazione del mondo, che dalle figurazioni delle apparenze esteriori approdava alle avanguardie concettuali, aprendo la porta sull’adiacente possibile delle manifestazioni ed interpretazioni intime e personali. La frontiera della mimesi nell’Ottocento, con gli impressionisti, raggiunge il suo punto di non ritorno. Da quel momento in poi il lavoro dell’artista si libera dal committente e si apre al libero mercato, alla libera espressione personale. L’arte diventa la prima forma di libertà.
Nel mondo dell’Arte è importante definire i campi di azione delle idee. Le definizioni di Arte sono tante, variabili, incomplete ed assolute. L’Arte con la A maiuscola è prossima alla politica ed all’economia almeno quanto l’arte con la a minuscola si prodiga nel raggiungimento di bellezza e fragilità.
Qual’è allora la differenza tra le due parole, una maiuscola ed una minuscola? Per quanto mi riguarda nessuna poiché entrambe si riferiscono a dei processi di mappatura di un sentimento del tempo in cui si agisce. Le definizioni di arte si susseguono nel corso dei secoli differenziandosi tra espressioni di un popolo ed espressioni di un singolo o ristretto gruppo di singoli. L’arte popolare è la mappa di un’espressione culturale che identifica una lingua, un clima o regione, una politica ed un’economia che tutte insieme alimentano una particolare cultura. L’arte del singolo è la mappa di una ricerca esistenziale che identifica un linguaggio di espressione, una sperimentazione con la materia, una relazione politica e una (in)sostenibilità economica. Queste affermazioni si intonano con le definizioni che nel corso della storia si sono date alla scienza. Subito dopo la separazione tra arte ed artigianato avvenuta nel corso del Settecento ad opera di intellettuali ed accademici, i concetti di arte e scienza hanno innescato sviluppi inattesi in cui gli artisti si sentono un po’ scienziati e gli scienziati si sentono un po’ artisti. Entrambi occupati a manipolare la materia, a sperimentare linguaggi simbolici, a manifestare il clima culturale del tempo e ad inventare possibili finanziamenti per continuare la propria personale ricerca.
La storia dell’arte che si studia a scuola, quella che inizia con le pitture rupestri nelle grotte paleolitiche, ci mostra l’avventura umana nella sfida quotidiana con la natura. In questo percorso millenario ci siamo dotati di strumenti semplici come una punta di selce per incidere, accendere il fuoco, impastare pigmenti.
Nel corso della storia umana, quella che possiamo far iniziare con le prime forme di scrittura e quindi di memoria, gli strumenti hanno avuto diverse evoluzioni ed usi. Anzi spesso l’invenzione di uno strumento, come la punta di selce necessaria per armarsi di artigli nella caccia, ha condotto alla scoperta del fuoco che si annidava tra i colpi di due pietre.
La storia dell’arte in realtà è un’invenzione molto recente, iniziata in Europa intorno al Settecento quando le chiese non venivano più costruite ma iniziavano a costruirsi banche per conservare ori e denari. Il passaggio fondamentale nella trasformazione dal ruolo dell’artista/artigiano, che lavorava su commissione da parte dei poteri spirituali e politici, al ruolo di libero pensatore ed esecutore, che lavora senza commissione se non per spontanea vocazione, è dato dalla spinta rivoluzionaria dell’Ottocento. In un crescendo di invenzioni e scoperte la società europea ha iniziato un processo di trasformazione politica, culturale, scientifica ed artistica che in due secoli ha visto il fiorire di strumenti in grado di alleviare il corpo umano nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Contesti sociali sempre nuovi hanno accompagnato la nascita di strumenti di produzione sempre più veloci.
La storia dell’arte è la storia dell’evoluzione dei media utilizzati per rappresentare il potere delle immagini espresso in pittura, scultura e teatro ed esteso con nuove interpretazioni nei media inventati sull’onda della rivoluzione ottocentesca come la fotografia e il cinema. Un fermento artistico che si riverbera anche sulla condizione della moda, della danza, della musica e della letteratura. Cambiano i modi di raccontare le storie, cambiano gli strumenti della narrazione, cambiano le condizioni socio culturali, cambiano i sistemi di relazione con la natura. La corrente elettrica che avrebbe dovuto aiutare la condizione rurale delle campagne in realtà accelera lo spostamento verso le città industriali, che passano in breve tempo da piccoli centri politici e spirituali a grandi agglomerati di persone con culture, rituali e tradizioni diverse.
La città dell’Ottocento si trasforma in un grande fabbrica di oggetti che devono andare a rimpiazzare il vecchio sistema di relazioni con le cose in tempi sempre più brevi. Il potere delle immagini dalle chiese e dai palazzi del governo diventa utilizzabile anche dall’industria e la propaganda diventa un’arte nuova. La litografia spalanca le porte alla riproduzione di immagini a colori, l’elettricità scrive messaggi di luce dentro le case e per le strade delle grandi città, il motore a scoppio fa muovere i corpi su quattro ruote invece che su rotaie, la penicillina e la farmaceutica curano malattie vecchie e nuove, il telefono genera il primo cyberspazio, la radio diffonde suoni e parole da un centro controllato, la matematica si pone problemi che riguardano i limiti della matematica stessa nella risoluzione formale di problemi, la fisica indaga gli infinitesimi della realtà dal piccolissimo dell’atomo al grandissimo delle galassie.
Tutta la conoscenza umana nelle grandi città si mescola, si amplifica e la città diventa la culla delle idee. Le idee trovano nella città il luogo ideale per diffondersi, trasformarsi, realizzarsi. Idee, sogni, intuizioni, sperimentazioni sono gli strumenti che affermano il cambiamento di direzione nell’Europa alla fine dell’Ottocento.
I pittori indagano i fenomeni della luce cercando di impressionare la tela con i loro pennelli e colori, la scultura cede il passo all’urbanistica, il teatro esce fuori dai teatri per raccontare le nuove storie della città, la musica si fa ambiente d’ascolto, la danza spoglia i corpi di donne e uomini senza nessun rituale se non per intrattenere signorotti e signorotte di città. In questo furioso turbinio di trasformazioni il Novecento arriva nella storia non come un secolo, ma come due secoli, ognuno di cinquant’anni. Nella prima metà gli orrori della guerra, nella seconda metà la speranza (disillusa) della pace.
Il Novecento o Ventesimo Secolo segna il passo dalle arti figurative, in cui la frontiera della mimesi della natura era stata ormai completamente esplorata, verso nuovi territori che si allargano di fronte alle esperienze del quotidiano. Gli oggetti, i prodotti, i corpi, i progetti, i processi, le etiche, le estetiche, le politiche e le economie sono il complesso ed affascinante sistema di idee che caratterizza l’avvento della modernità.
Mentre un giovane Einstein andava scrivendo il futuro delle scienze fisiche e matematiche alla dogana di New York un’opera di Constantin Brâncusi fu bloccata poiché per la legge americana una scultura è ammissibile come tale solo se è ad imitazione della natura35.\\ Le arti figurative all’inizio del Novecento avevano ancora uno statuto legato alla mimesi nonostante gli artisti cominciassero ad avere idee diverse sulla responsabilità dell’arte, sulle definizioni di opera d’arte, sulle pratiche di produzione, sugli strumenti di rappresentazione e sulle modalità di diffusione delle loro idee.
Le idee sull’arte che circolavano all’inizio del Ventesimo secolo erano fondate sull’esaurimento dei territori espressivi esplorabili nel confronto con i modelli della natura. Le nuove idee prendevano la forma di operazioni concettuali da cui iniziare a ripensare le arti liberali.
Le avvisaglie del cambiamento erano mostrate al grande pubblico attraverso l’organizzazione di Esposizioni Universali in giro per il mondo. La gente comune poteva visitare il futuro per qualche giorno, farsi un’idea dei risultati della scienza e della tecnica applicata praticamente ad ogni campo del sapere umano, ritornare alla propria vita quotidiana con un sentimento nuovo, con uno sguardo modificato sul presente.
L’idea di astrazione della realtà è un’idea antica per la matematica e la fisica, che attraverso la combinazione di simboli descrive i comportamenti della natura, ma è un’idea nuova per l’arte. Lasciarsi alle spalle la mimesi significava prendere coscienza del ruolo sociale dell’arte. Non a caso i primi pittori astratti nascono proprio durante la Rivoluzione di Ottobre che aveva la speranza di un sistema sociale libero dalla tirannia degli Zar. Kandinskij e Malevič sono sicuramente tra i primi a rompere con il passato imponendo nuove dimensioni spirituali nella creazione artistica. Punti, linee, superfici e colori vengono analizzati allo «stato puro» per coglierne l’essenza della loro natura. Il quadro abbandona le cornici ed i canoni della rappresentazione della natura esterna all’uomo per concentrarsi sulla rivelazione della natura interna, quella dimensione intima di interpretazione del mondo che attraverso la pittura e la scultura può dare allo spettatore una prospettiva diversa sulla comprensione del loro presente ed indicare le vie verso le nuove frontiere da abitare nel prossimo futuro. Saranno poi le due guerre mondiali a dare, così come per lo sviluppo del cervello elettronico, la linfa per esplorare i nuovi campi della rappresentazione.
L’idea stessa di futuro diventa la base per costruire un immaginario nuovo in cui alla figura realistica del mondo si sostituisce la ricerca dei comportamenti del mondo stesso. La bellezza delle campagne assolate, immaginate sulla bucolica scia del classicismo, improvvisamente è attraversata da trincee, da corpi dilaniati da esplosioni sempre più precise, da cavalli stanchi che respirano i fumi dei primi mezzi a motore.
A dipingere i campi di battaglia del ’15 ’18, non possono certamente essere i pittori con i loro colori, pennelli, cavalletti, sono piuttosto i primi fotografi ad impressionare le lastre con veloci scatti - click - che stampate in serie di immagini fotografiche avrebbero fatto il giro del mondo su riviste e giornali. La fotografia era ancora in una fase di perfezionamento e subito aveva il triste compito di documentare la nuova tragica realtà. Erano anche gli albori delle immagini in movimento la cui forza mimetica esercitata sullo spettatore permetteva di restituire, seppur in parte, la vista dell’orrore della guerra in prima linea. Sarà proprio la nomenclatura militare a dare il giusto lemma per identificare le correnti artistiche dei primi trent’anni del Novecento. Le avanguardie artistiche sono proprio come i commilitoni che affrontano il nemico faccia a faccia incauti della morte, ubriachi di nazionalismo, lontani da casa.
Il Quadrato nero di Malevič è sicuramente uno dei punti di non ritorno per un’arte, come quella pittorica, che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre lo statuto e le leggi di individuazione di un’opera d’arte in ogni angolo del pianeta. Intorno alla nuova idea di arte si organizzano Mostre, si aprono Gallerie, si arricchiscono i Musei. Il nuovo sistema dell’arte senza la committenza dei tradizionali poteri spirituali e temporali si modella intorno all’idea di libero mercato che apre la scena ai grandi collezionisti e galleristi capaci di inventare ed aggregare pubblico intorno alle opere degli artisti all’avanguardia. Inizia così la discesa nell'intossicato sistema delle economie di scambio che mostra tutta la sua fragilità con il crollo delle borse nel venerdì nero del 29 ottobre 1929.
Il concetto di astrazione che in arte produce una nuova spiritualità quando applicato alla manipolazione simbolica delle economie di mercato può diventare un modello incontrollabile, precario, poiché le variabili del sistema che dovrebbe regolamentare la ricchezza di una nazione spesso non hanno soltanto una natura puramente matematica, ma includono parametri difficilmente calcolabili come la stabilità familiare, il rispetto dell’ambiente, la felicità dell’individuo, la bellezza delle relazioni, la fragilità dell’esistenza.
Le avanguardie astrattiste cresciute in ogni parte d’Europa, dalla Russia alla Francia, dalla Germania all’Italia furono ben presto viste dai nuovi dittatori che avrebbero condotto alla seconda guerra mondiale come una minaccia allo stato di controllo poiché avevano in seno il senso della libertà d’espressione personale, un’idea che non poteva essere accettata da chi stava progettando un modello di controllo assoluto sulle coscienze dei popoli.
Paradossale fu la mostra «Entartete Kunst» (arte degenerata) voluta da Hitler nel 1937 per annunciare la fine «dell’abbruttimento e dell’annientamento della cultura» del popolo germanico che permise ad oltre tre milioni di persone di conoscere, nonostante una dichiarata volontà di trasmettere repulsione, le opere di Kandinskji, Klee, Mondrian e tanti altri pittori astratti. Anche Stalin era avverso all’arte astratta ritenuta ermetica per le masse e quindi borghese, lontana dall’ideologia socialista. L’arte espressamente annunciata come ingegneria delle anime doveva mettersi al servizio dello stato con immagini edificanti, capaci di esprimere un messaggio propagandistico sulle masse di lavoratori. Le opere d’arte astratta erano ritenute «aborti della follia, della frivolezza, dell’incompetenza» e quindi non necessarie ai fini del controllo delle coscienze dei lavoratori. La psicologia muoveva i primi passi con i lavori di Freud e Jung andando ad indagare sui modelli percettivi dell’individuo, sull’incapacità di reagire ai sistemi imposti, sulla capacità di adeguarsi agli ordini, sull’inadeguatezza delle relazioni familiari, sulla forza del sesso, sulla debolezza della coscienza, sulla speranza, sulla felicità e sull’infelicità. La mente umana era la nuova frontiera della ricerca. I risultati di questa primordiale ricerca furono ben presto adeguati al potere delle immagini. La radice millenaria dell’organizzazione delle coscienze prendeva forme ancora più precise e si armava di nuove tecnologie come la radio capace di diffondere in ogni angolo della terra le parole, i suoni e le idee di chi aveva il microfono in mano. La radio di allora era ben lontana dall’idea che abbiamo oggi, era la radio di stato, era la radio degli ordini di guerra, era la radio degli industriali, era la radio di un progresso scientifico che avrebbe visto di lì a poco lo scatenarsi della più imponente esposizione di tecnologie e strumenti di guerra che oggi definiscono la nostra contemporanea percezione del mondo. Aerei a reazione, sottomarini a propulsione nucleare, radar a controllo numerico, trasmissioni radio transoceaniche sostituiscono le trincee nei nuovi campi di battaglia planetari della seconda guerra mondiale.
Gli Stati Uniti diventarono in quel periodo la patria di artisti e scienziati che non trovavano più in Europa gli spazi per la loro libera ricerca. Il Bauhaus - la casa della costruzione - fondata da Walter Gropius a Weimar nel 1919, dopo un’esistenza tumultuosa ed il passaggio di artisti come Kandinskji, Klee, Van Dosburg, Lionel Feininger, Johannes Itten, Laslo Moholy-Nagy, Oskar Schlemmer, Ludwig Mies Van der Rohe, fu chiusa definitivamente per ordine nazista nel 1933. L’unica speranza era l’America, e così fu. La terra della libertà divenne ben presto la fucina delle idee artistiche, scientifiche ed economiche che avrebbero disegnato la mappa del futuro dell’umanità. Una mappa che ancora oggi si sta disegnando i cui confini si allargano costantemente verso nuove frontiere.
Mentre Vannaver Bush riflette sul moltiplicarsi delle ricerche, e dunque della conoscenza umana, introducendo il concetto di ipertesto come possibile modello per l’organizzazione delle informazioni, Jackson Pollok avvia il movimento tutto americano dell’action painting per distanziarsi dalla dipendenza delle idee europee sull’arte astratta.
Sono gli anni in cui il Museum of Modern Art (MoMA) apre le porte al pubblico newyorkese, il Whitney Museum for American Art dedica mostre all’arte astratta, il collezionista Solomon Guggenheim crea il Museum of Non-Objective Art, Laslo Moholy-Nagy rifonda sul suolo americano la New Bauhaus. L’America mostra la sua vocazione all’innovazione e all’accoglienza delle nuove idee. Per i pittori americani la tela diventa un evento, uno spazio di azione, la dimensione per fotografare il gran rigurgito del progresso. Nel 1930 Louis Bambager un uomo con uno spiccato senso per gli affari ed un’innata filantropia cambiò per sempre il carattere della piccola cittadina di Princenton nel New Yersey investendo la somma di cinque milioni di dollari per la fondazione dell’Institute of Advanced Study, il luogo che in breve tempo avrebbe dato asilo a scienziati e artisti provenienti da ogni parte del mondo. Quando in Europa imperversava il regime nazista e si faceva largo l’idea dello sterminio degli ebrei, personaggi come Einstein, Godel, Heisemberg, Von Neumann ed altri trovarono a Princenton una nuova casa. Per la fine della seconda guerra mondiale avrebbero dato origine a due delle più grandi rivoluzioni scientifiche della storia umana: la bomba atomica ed il computer. Se l’energia nucleare aveva dato il presentimento di una possibile fine del genere umano, il computer aveva permesso di immaginare un nuovo futuro per l’umanità.

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