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	<title>Diari di un Aristopunk</title>
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	<description>di Sebastiano Vitale - Lampi di stampa - Messaggerie Italiane</description>
	<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 17:49:32 +0000</pubDate>
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		<title>DIARI DI UN ARISTOPUNK - IN VENDITA SU WWW.IBS.IT !</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2007 11:51:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[DIARI DI UN ARISTOPUNK e&#8217; in vendita su www.ibs.it



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Sebastiano Vitale: DIARI DI UN ARISTOPUNK !
- Editore: Lampi di Stampa, Messaggerie Italiane. 
anteprime, racconti, gossip, leggende disponibili scrivendo a seba@8081.com 
Foto di: Guillaume Carels
Li a metà fra il Piccolo Principe, Fitzcarraldo e Gulliver. Cosi Aristopunk significa la condizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788848805544/VITALE-SEBASTIANO/DIARI-UN-ARISTOPUNK.html"><strong>DIARI DI UN ARISTOPUNK e&#8217; in vendita su www.ibs.it</strong></a></p>
<p><a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788848805544/VITALE-SEBASTIANO/DIARI-UN-ARISTOPUNK.html"><img src='http://www.0280.org/aristopunk/wp-content/uploads/2007/03/cover_p_tit.thumbnail.jpg' alt='cover_p_tit.jpg' /></a></p>
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<p><a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788848805544/VITALE-SEBASTIANO/DIARI-UN-ARISTOPUNK.html" target=_blank><strong>Sebastiano Vitale: DIARI DI UN ARISTOPUNK !<br />
- Editore: Lampi di Stampa, Messaggerie Italiane.</strong> </a></p>
<p>anteprime, racconti, gossip, leggende disponibili scrivendo a <a href=mailto=seba@8081.com>seba@8081.com </a></p>
<p>Foto di: <a href="http://www.flickr.com/photos/aliceinw/" target=_blank>Guillaume Carels</a></p>
<p>Li a metà fra il Piccolo Principe, Fitzcarraldo e Gulliver. Cosi Aristopunk significa la condizione signorile, snob e comoda di un viaggiatore pronto a tutto, di squatter dei salotti e signore della semplcità. Le storie raccontate sono storie di purezza, di piccoli gesti, di convivenza col potere e di sogno. Si incontrano una donna pastora, un misterioso industriale senza un mignolo, un guerrigliero, un cane, una mecenate con un cuore enorme, due vecchi qualsiasi, malati e poeti, uno sciamano, una famiglia di contadini cinesi emigrata, il diavolo, il silenzio, intravedendo nel caos la strada della semplicità. </p>
<p>L’Aristopunk canta le storie, le sussurra e le grida, in maniera ingenua, cinica, profonda, saccente, profetica, salutando il mondo sdraiato davanti a un castello a osservare delle galline che dormono sopra un albero, sotto la luna. </p>
<p>ANTEPRIME DEI CAPITOLI QUI A DESTRA &#8212;&#8212;&#8212;-></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>&#8212;&#8211;><a href="http://www.sebavitale.com" target=_blank>Sebastiano Vitale, il sito</a></p>
<p>Suono la chitarra da quando ha 8 anni, in diversi contesti, dal jazz all’elettronica. A vent’anni inciampo dentro l’arte elettronica, con amici faccio un&#8217;isola <a href="http://www.8081.com" target=_blank>(www.8081.com)</a> e l’inferno su internet <a href="http://www.hell.com" target=_blank>(www.hell.com)</a>, mondi che smuovono l’interesse di istituzioni internazionali come il MOMA di S.Francisco, la BAM di NY, il Festival Internaccional de Benicassim, la Villette a Parigi e media internazionali come Liberation, El Pais, Boston Globe, CNN, BBC, Wired, NY times e molti altri; l’isola è tuttora custodita nella collezione permanente di un museo CITIA Annecy, sull’immagine in movimento. Parallelamente collaboro come autore e creativo per diverse campagne pubblicitarie. Partecipo alla gara per curare la direzione artistica delle cerimonie delle Olimpiadi di Torino 2006 insieme a storici produttori Hollywoodiani. La gara per le Olimpiadi segna la fine di un percorso professionale molto intenso nel mondo dell’arte elettronica, dopo una breve parentesi nel mondo del cinema e della televisione escono i Diari di un Aristopunk, che aprono un lungo nuovo capitolo narrativo che spero vi vedrà lettori e pubblico per molto tempo.</p>
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		<title>10 Maggio 2007 - Presentazione alla Fiera del libro di Torino</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2007 22:25:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[
Giovedì 10 Maggio 2007. ore 20. presentazione di &#8220;Diari di un Aristopunk&#8221; alla Fiera del libro di Torino.
Arena messaggerie
Passaparola..
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.0280.org/aristopunk/wp-content/uploads/2007/05/logo_ita.gif"></p>
<p>Giovedì 10 Maggio 2007. ore 20. presentazione di &#8220;Diari di un Aristopunk&#8221; alla Fiera del libro di Torino.</p>
<p>Arena messaggerie</p>
<p>Passaparola..</p>
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		<title>L&#8217;albero delle galline</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:48:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[L'albero delle galiine]]></category>

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		<description><![CDATA[Bagnolo Piemonte, 1 gennaio

Non la conoscevo quasi. Ma quando ho saputo della sua morte le ho pensato molto, quanto basta per scriverne e ricordarla. Lei, a suo modo, più che un’artista era una creatrice di poesia. Non conosco la sua vita, ma credo sia di quelle che si possono riassumere in poche frasi.
Nata pastora, sposata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bagnolo Piemonte, 1 gennaio</p>
<p><embed src="http://www.0280.org/aristopunk/wp-content/uploads/2007/12/galline.mp3"></p>
<p>Non la conoscevo quasi. Ma quando ho saputo della sua morte le ho pensato molto, quanto basta per scriverne e ricordarla. Lei, a suo modo, più che un’artista era una creatrice di poesia. Non conosco la sua vita, ma credo sia di quelle che si possono riassumere in poche frasi.<br />
Nata pastora, sposata e pastora, morta pastora.</p>
<p>Il mio primo incontro con lei, per mia fortuna, è saltato per questione di pochi secondi, ci siamo mancati per un attimo, un istante vitale che mi ha permesso di rimanere in vita, scampando al fuoco del fucile che usava, spesso, per proteggere il suo tesoro. Un’altra volta, la prima mattina di un anno in cui la mia vita, a un bivio, avrebbe preso una strada senza ritorno, lei mi invitò a fare colazione. In realtà era ora di pranzo, aveva ragione a farmelo notare, ma, appena sveglio, con le idee ancora annebbiate dal giorno prima, mi godevo, a colazione, gli avanzi del cenone di capodanno.</p>
<p>Casa sua erano pochi metri quadri, forse neanche dieci, completamente nera dalla fuliggine e infinitamente sporca di terra, di mucca, di cenere, di nero, del tempo. Casa sua erano pochi metri quadrati sopra la porta di accesso a un castello medioevale immerso nelle montagne piemontesi o in una qualsiasi cartolina di un castello immaginario. “Il castello” (così l’ho sempre sentito chiamare) è di una bellezza da togliere il fiato, è circondato da montagne, natura, acqua, alberi secolari, casali, è un paradiso, solido, tranquillo e pieno di storie. Rosina, con la faccia scavata da rughe profonde come fossi nella terra, era a suo modo custode o regina del castello. Vive lì da sempre, forse è ancora lì, che vaga serena godendosi il riposo eterno dopo una vita di fatica.<br />
Mi invitava a fare colazione e poi fumarmi la prima sigaretta dell’anno, invece che l’acqua in bottiglia che, testardo, mi ostinavo a voler bere “ma chi sa che cosa c’è li dentro, invece questa è roba mia”, offrendomi un grosso bicchiere di vino.<br />
Abbiamo parlato delle mucche e dell’acqua “che io non mi fido”; sono scampato al suo minestrone (in realtà mi sono sempre chiesto che gusto avesse) che non potevo affrontare dopo una festa di fine anno. ..</p>
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		<title>Il mio amico</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Il mio amico]]></category>

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		<description><![CDATA[Saint Louis, Senegal, 13 aprile

Pensare a una prigione è la cosa più sbagliata.
Fuori strada.
Completamente.
C’è un’altra storia, anche questa completamente fuorviante, hanno anche fatto un film, credo che non abbia alcuna relazione con la mia, proprio perché inizia in una prigione. Per farla breve: un uomo ha trent’anni, è incatenato e solo da sempre, non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Saint Louis, Senegal, 13 aprile</p>
<p><embed src="http://www.0280.org/aristopunk/wp-content/uploads/2007/12/cane.mp3"></p>
<p>Pensare a una prigione è la cosa più sbagliata.<br />
Fuori strada.<br />
Completamente.</p>
<p>C’è un’altra storia, anche questa completamente fuorviante, hanno anche fatto un film, credo che non abbia alcuna relazione con la mia, proprio perché inizia in una prigione. Per farla breve: un uomo ha trent’anni, è incatenato e solo da sempre, non si è mai potuto alzare da terra, neanche per camminare, e non ha mai parlato a nessuno, non ha nemmeno mai imparato a parlare. Non ha concetti da esprimere perché non ha mai avuto occasione di conoscere un essere umano, un libro, una casa, il mare, la città. Senza motivo riceve acqua e pane, da una grata, non sa da chi, non sa neanche che esiste “chi”, cosa vuol dire “chi”.<br />
Senza motivo sta, imprigionato.<br />
Poi, senza motivo, liberato, impara a camminare, va e scopre il mondo. La filantropia di alcuni, siamo a fine ‘800 in Germania, lo porta a imparare a parlare, a suonare, ma soprattutto a sviluppare una coscienza critica estremamente raffinata e sincera, ignorante, piena di poesia.</p>
<p>Sono stato isolato fino ai diciotto anni, non era prigionia, era un paradiso, dentro a un bosco. Difficile capire, difficile vivere e comprendere, impossibile comunicare, soprattutto a persone, amici, compagni di classe, impossibile, per la reciproca assenza di punti di riferimento in comune.<br />
Ecco, se c’è un legame fra il grande mistero del trovatello tedesco e la mia storia è proprio questa sensazione di uno in mezzo ai molti, di assenza di dialogo, e quindi di desiderio di scoprire cosa c’è al di là del muro, al di là del bosco. Non è il caso di parlare di Itaca, dell’idea del ritorno e della sua impossibilità, della voglia di conoscenza che spinge al viaggio infinito, e della nostalgia della terra madre, la speranza della saggezza che gioca a dadi contro l’irrequietezza del viaggio, o quantomeno del sogno. Non è ora di parlare di viaggio, è ora di parlare di origine.<br />
La mia famiglia, di cui non ho voglia di parlare, non che abbia nulla da nascondere, è che sono lì tranquilli, meritano più di poche righe, o forse solo parole, cercate così con cura da dover essere tenute nascoste, come un tesoro; la mia famiglia, quindi, vive nel bosco. La città è lì sotto, non vive nel bosco nel senso di eremita, o contadino o disadattato, tre categorie nobili e rare, ma nel senso di vivere un pochino in disparte, un poco di là, geograficamente vicino alla realtà, ma in qualche modo infinitamente lontano dalla cosiddetta normalità.</p>
<p>Infanzia e adolescenza sono le età del canto delle sirene, la voce tentatrice, l’arrogante certezza che l’erba del vicino è sempre più verde. Sono un periodo particolare in cui, comunque sia, è tutto sempre sbagliato, tutto, il suo contrario, e tutte le vie di mezzo. È l’età dello sviluppo dei difetti, che crescono, visibili come l’acne, ma è anche l’età della perdita dell’innocenza e dell’abbozzo dei valori, che bambini germogliano e iniziano a farsi le ossa. Valori e difetti sono archetipi, uguali per tutti, anche se ognuno ha i suoi. Visti da lontano i valori sono semplici. Amore, amicizia, semplicità, rispetto.</p>
<p>Avere così pochi punti di contatto con la realtà coetanea è allo stesso tempo meraviglioso ed inquietante. Qualcosa in comune c’è, ma è forse solo la televisione, Mozart e la natura sono abissi di separazione. Insomma, le amicizie sono poche, di quelle che volendo uno si chiede “Ma perché proprio questo qua? Come mai?”; e chi lo sa? L’amicizia è inspiegabile, come l’amore.</p>
<p>Fra tutti i miei pochi amici di allora ne avevo uno che mi accompagnerà tutta la vita.</p>
<p>L’ho sepolto, insieme a mio padre, piangevamo insieme anche se facevamo finta di no fino all’ultimo.</p>
<p>È morto che aveva tredici anni, credo, l’abbiamo, tecnicamente, ucciso&#8230;</p>
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		<title>Benvenuti nel mondo dello spettacolo</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:45:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Mondo dello spettacolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Redondo Beach California, 28 dicembre

Vendere tappeti è uguale.
È assolutamente la stessa cosa. La differenza sta nelle modalità di fabbricazione o di creazione, ma alla fine si tratta di un prodotto che ha dei costi e che deve generare ricavi. Questo è lo spettacolo. O meglio, è quasi tutto lo spettacolo, forse, c’è qualcosina che conserva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Redondo Beach California, 28 dicembre</p>
<p><embed src="http://www.0280.org/aristopunk/wp-content/uploads/2007/12/harlem.mp3"></p>
<p>Vendere tappeti è uguale.</p>
<p>È assolutamente la stessa cosa. La differenza sta nelle modalità di fabbricazione o di creazione, ma alla fine si tratta di un prodotto che ha dei costi e che deve generare ricavi. Questo è lo spettacolo. O meglio, è quasi tutto lo spettacolo, forse, c’è qualcosina che conserva quella che il pubblico crede “l’anima dell’artista”, ma non è ancora ora di svelare il trucco dei maghi costruttori di sogni.</p>
<p>Lo spettacolo è un universo parallelo, fatto di mille volti, di mille situazioni, infinite storie, tutte diverse, tutte simili, generate da un’unione interessante di personaggi disadattati, che scelgono di mostrarsi piuttosto che lavorare a qualcosa di utile, nel senso di pragmatico e quotidiano. Io sono curioso. E la mia curiosità mi ha spinto dappertutto, nel cuore, nelle budella, nel cervello, nel pensiero e nei segreti di ogni aspetto dello spettacolo. I tecnici, del cinema, del teatro, della musica, i maestri, i grandi maestri, i pezzi di storia, il retropalco, il set, le prove, il camerino, il mercato, le riunioni, le trattative, il pubblico, il palco, la nascita di un’idea, la scelta di un colore, il successo, il fallimento, il mondo delle grandi produzioni, l’underground, gli sfruttati, gli sfruttatori, i disadattati, i mercenari, le drag queen, le contabili, i produttori, i runner, i direttori d’orchestra, i tour manager.</p>
<p>La lista è infinita. La mia curiosità mi ha spinto a casa di ognuno di loro, mi ha spinto a condividere da spettatore o da protagonista momenti critici, imbarazzanti, emozionanti.<br />
La noia, le lacrime, la gioia, la paura. Credo di aver capito come funziona il mondo dello spettacolo.</p>
<p>Così:</p>
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		<title>Il mondo dei grandi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:44:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Il mondo dei grandi]]></category>

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		<description><![CDATA[Cannes, 8 ottobre
Una volta ho aperto una porta che si erano dimenticati di chiudere a chiave. Era una piccola porta sul retro, sapevo che entrare da davanti era impossibile. Era la porta che tutti volevano aprire, la porta della fabbrica dei sogni. L’ho aperta con grande curiosità, non l’ho aperta con coraggio perché avevo paura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cannes, 8 ottobre</p>
<p>Una volta ho aperto una porta che si erano dimenticati di chiudere a chiave. Era una piccola porta sul retro, sapevo che entrare da davanti era impossibile. Era la porta che tutti volevano aprire, la porta della fabbrica dei sogni. L’ho aperta con grande curiosità, non l’ho aperta con coraggio perché avevo paura di essere scoperto, di essere cacciato via: “chi ti ha invitato?” “vai via!”; sono entrato travestito da uomo d’affari, con una valigia importante. Se entri sicuro, dicendo “devo andare là, mi sai dire la strada più veloce?” la gente ti dice “beh, sì, è di là, mi permetta di accompagnarla”, “si figuri, faccio da me”.</p>
<p>Una volta parlavo ad un hacker, per spiegarmi il suo lavoro mi ha raccontato che in ogni palazzo, anche alla Casa Bianca, dove vive e lavora il presidente degli Stati Uniti d’America, ogni tanto, una guardia si addormenta, ogni tanto una guardia si allontana un secondo, per andare a vedere la partita, per andare dietro a una ragazza, perché sua madre si sente poco bene, insomma, per un motivo o per un altro, si allontana e lascia la porta aperta, anche solo per una frazione di secondo. Il lavoro dell’hacker è come quello del felino che caccia, fa finta di dormire, ma quando individua una preda distratta salta e uccide. Così, l’hacker, se vede una porta aperta, anche per un solo secondo, entra. Una volta entrato ha un codice da rispettare, e delle parole chiave da dire al momento giusto, dopodiché è come se fosse a casa sua a guardare la partita, in pantofole, è padrone assoluto dello spazio lasciato incustodito, con la porta socchiusa.</p>
<p>A me è capitato, più volte, di trovare delle porte socchiuse e una volta entrato il codice diventa un codice di comportamento, e le parole chiave sono dei piccoli segnali di forza. Così ho intravisto il mondo del potere e quello dello spettacolo, travestito da qualcuno che conta, recitando la parte del “lei non sa chi sono io”, e in effetti non lo potrà mai sapere, perché non lo so esattamente neanche io.  Quando poi entri dentro..</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Due vecchi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:42:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Due vecchi]]></category>

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		<description><![CDATA[Puerto Morelos, Yucatan, 10 gennaio
Ho trovato questo racconto, l’ho poi riscritto, in modo che quando lo ritroverò, per caso, mi piaccia ancora. Appunto queste note perché so che terrò questa storia da parte, la conserverò con attenzione, e vorrei ricordarmi, quando la rileggerò, magari fra mille anni, che non è mia e che non se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Puerto Morelos, Yucatan, 10 gennaio<br />
Ho trovato questo racconto, l’ho poi riscritto, in modo che quando lo ritroverò, per caso, mi piaccia ancora. Appunto queste note perché so che terrò questa storia da parte, la conserverò con attenzione, e vorrei ricordarmi, quando la rileggerò, magari fra mille anni, che non è mia e che non se ne conosce l’origine. Mi piace pensare che sia stata raccontata da uno dei tre protagonisti. Mi piace, soprattutto, pensare che venga tramandata e conservata con cura.<br />
Due uomini, molto malati, soli, anziani, condividevano da pochi giorni la stanza di un ospedale. Le giornate erano fatte di lunghi silenzi, imbarazzi, pensieri, forse, addirittura, di invidia, nata dal dubbio che uno di loro potesse essere meno grave dell’altro. Inevitabilmente, con grandi silenzi, con grandi fatiche, i due uomini iniziarono a parlare, anche se quello lontano dalla finestra invidiava l’altro, in cuor suo ferocemente, per il doppio privilegio del poter guardar fuori dalla gabbia della malattia e per quella quotidiana mezzora in cui l’infermiera, una donna, lo issava, seduto, lo svestiva e trafficava con la sua malattia.<br />
Iniziarono a parlare, di niente, o di tutto, insomma, la vita, i parenti, piccole avventure di gioventù, amori, dolori, sport, il tempo, la malattia. Quest’ultimo argomento era trattato con discrezione, senza scendere mai nel dettaglio, senza cercare mai di capire chi di loro fosse il primo destinato a cedere il posto a qualcun altro.<br />
Erano soli, vecchi, stanchi, malati, provavano quella rabbia silenziosa data dall’esperienza, dal saper convivere con la sofferenza, guardarla negli occhi, sorriderle e passare oltre, in silenzio e solitudine; come fossero marinai, resi duri e impassibili dalle avventure collezionate nel tempo, senza fiducia se non in loro stessi, forse, senza neanche più fiducia nel loro stesso corpo, malato, stanco, quasi finito.<br />
I due fecero amicizia in poco tempo..</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Bettie</title>
		<link>http://www.0280.org/aristopunk/?p=32</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Bettie]]></category>

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		<description><![CDATA[Casabettie. 11 febbraio
Shhhhh. Bisogna fare piano, di nascosto, “Io non adoro tutto questo parlare. Io odio essere in mezzo a tutto questo”. Dice di non essere contenta di sapere che qualcuno scriva di lei, o che la renda pubblica in qualche modo; io credo, invece, che un po’ le faccia piacere, fondamentalmente è timida, e, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Casabettie. 11 febbraio</p>
<p>Shhhhh. Bisogna fare piano, di nascosto, “Io non adoro tutto questo parlare. Io odio essere in mezzo a tutto questo”. Dice di non essere contenta di sapere che qualcuno scriva di lei, o che la renda pubblica in qualche modo; io credo, invece, che un po’ le faccia piacere, fondamentalmente è timida, e, padroneggiando con naturalezza una grande eleganza, non “adora” che la sua vita si trasformi in evento. Ma in realtà lo trova “interessante”, e gioca con timidezza e piacere al mettersi in mostra. D’altronde è inevitabile essere in mostra se si considera che “dal 1991 al 1993 contavamo la gente che è stata a dormire qua, più di 100, poi è noioso contare, ora non so quanti”; fra questi artisti, danzatori, musicisti, rifugiati politici, combattenti, disoccupati, ricchi, poveri, famiglie, ragazzi, amici, amici di amici, amici di amici di amici, ospiti casuali che non sapevano dove dormire; non è detto che tutto ciò che racconterò sia vero, ma sicuramente è verisimile, d’altra parte la casa, per come è strutturata e vissuta invita a pensare e a immaginare cosa si nasconde dietro a ogni oggetto, le storie sono talmente tante e innumerevoli che anche quelle inventate diventano vere.</p>
<p>È un rifugio, è una baita, è una casa al mare, è una tenda, è un parco, un porto, un locale notturno, un’oasi, un deserto, è quello che si vuole, a seconda delle giornate, fondamentalmente è un grande appartamento, nel centro di una città meravigliosa, ma come si apre la porta diventa quello che vuoi, o diventa quello che decide di apparire. Sono stato sfrattato e non avevo soldi, chiedendo qua e là mi viene detto: “va a parlare a Bettie”, due minuti dopo avevo la copia delle chiavi di casa, un posto letto in centro, con la sensazione, senza dubbio, di essere a casa mia.<br />
Ho vissuto per anni, da sempre, in mezzo a un bosco, in una casa abbastanza lontana da quella che i più riconoscono come “casa”; piena di oggetti, sporca di vita, piena di storie, un eremo accogliente ripieno di oggetti, tappeti, cibo, oggetti, oggetti, cani, libri, storie, peli di cani, sporco, terra, polvere, oggetti, libri antichi, gioia, libertà, tranquillità, pace.<br />
Non è stato quindi l’aspetto di casabettie che mi ha colpito. È  semplicemente una casa che racconta infinite storie; vieni accolto da un corridoio, che sembra illuminato a candele, sembra il corridoio di un castello in Scozia, o quello di uno studio a Parigi, o di una casa in montagna, pareti alte fitte di libri, un lampadario (che sembra proprio fatto di candele); poi guardi bene e vedi che i libri sono tutti di viaggi, tutti no, anzi, forse pochi, tante cartine geografiche, non una collezione, un itinerario, i viaggi di Bettie, credo, tutto il mondo, dovunque, faccio una prova: penso uno stato di quelli che hai sentito nominare una volta, strani, lontani, forse immaginari, eccola lì, la cartina, a volte addirittura una cartina militare, precisa, una piccola collina in mezzo al nulla al centro di uno stato immaginario..</p>
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		<title>Un piatto caldo per il naufrago</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Un piatto caldo per il naufrago]]></category>

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		<description><![CDATA[Porto Alegre, 16 luglio
Una volta non sapevo dove dormire, nel senso che avevo le valigie ma non ero in viaggio, nel senso che ero vestito elegante, con addosso i miei abiti migliori, ma solo per non piegarli e rovinarli in valigia, non avevo la minima idea di dove andare. L’albergo non è la soluzione, fra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Porto Alegre, 16 luglio</p>
<p>Una volta non sapevo dove dormire, nel senso che avevo le valigie ma non ero in viaggio, nel senso che ero vestito elegante, con addosso i miei abiti migliori, ma solo per non piegarli e rovinarli in valigia, non avevo la minima idea di dove andare. L’albergo non è la soluzione, fra l’altro ho pagato l’albergo solo una volta in vita mia, tremendo, in Spagna, mi ricordo di aver lasciato la macchina malamente davanti alla porta, con la chiave dentro, con tutti i miei averi bene in vista e di essermi catapultato in piscina a ordinare un gin tonic, mi sembra di ricordare di avere un cappello da cowboy e degli occhiali da sole molto vistosi. Mi sembrava simpatico fare così, mi è poi sembrato stupido aver rischiato di farmi rubare la macchina con tutte le mie cose, ma era più forte il desiderio di vedermi in piscina a bere, speravo nella scena da pappone, con tante ragazze attorno, invece erano tutti vecchi, ma questa è proprio tutta un&#8217;altra storia.</p>
<p>Insomma l’albergo non è la soluzione, primo perché è più bello stare a casa della gente, secondo perché ero senza tetto nella città in cui vivevo da mesi e la casa che cercavo era casa mia. Non avevo soluzioni, né denaro per affittare una camera, tantomeno un monolocale. Ero felice, questa situazione così squilibrata dava un senso preciso alla mia giornata. Non so come sia essere naufraghi, ma immagino che ..</p>
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		<title>E&#8217; più facile arrivare a Hollywood senza un mignolo</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:36:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>seba vitale</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Hollywood senza un mignolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dolceacqua, 24 luglio
(nota1: il racconto è scritto in parte in forma di sceneggiatura cinematografica)
(nota2: il racconto cita nome e cognome, ma ho deciso di evitare ogni riferimento all’identità del protagonista; il suo nome verrà di seguito sostituito dal termine “ARISTOPUNK”).
Scena 1 – interno – Staples Center, Los Angeles – Notte
Si leggeva ARISTOPUNK, una scritta enorme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dolceacqua, 24 luglio</p>
<p>(nota1: il racconto è scritto in parte in forma di sceneggiatura cinematografica)</p>
<p>(nota2: il racconto cita nome e cognome, ma ho deciso di evitare ogni riferimento all’identità del protagonista; il suo nome verrà di seguito sostituito dal termine “ARISTOPUNK”).</p>
<p>Scena 1 – interno – Staples Center, Los Angeles – Notte</p>
<p>Si leggeva ARISTOPUNK, una scritta enorme di fianco al tabellone che segna Los Angeles Lakers 70 – Los Angeles Clippers 56 3° quarto.<br />
ARISTOPUNK è vestito col cappellino dei Lakers, la maglietta dei Lakers, la borsa dei Lakers e persino l’anello del titolo NBA.</p>
<p>ARISTOPUNK<br />
Che noia… Il mio nome scritto così grande, potevano anche farmi la sorpresa, invece lo sapevo già… Ma… senti qua… c’è una festa dopo? Io sapevo che quando i Lakers vincono poi si fa una festa<br />
da qualcuno di loro. Ti informi per favore?</p>
<p>Scena 2 – Interno – Essen, Germania. Sede di una importante Multinazionale – Giorno</p>
<p>Una accesa discussione fra un gruppo di creativi e degli uomini in giacca e cravatta è interrotta dal colpo assordante di una mano che picchia sul tavolo (l’eco del suono è irreale).<br />
È un tavolo in legno massiccio di oltre venti metri. Al tavolo vi sono creativi importanti (ben vestiti ma pur sempre creativi) che illustrano ad amministratori delegati di importanti società un progetto complicato. Il capo (italoamericano con forte accento, 1,65 circa, magro, capelli ormai grigi, 65 anni circa, privo di una falange del mignolo destro).</p>
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